Durante il 34° FESCAAAL, la Giuria Universitaria Under 30, composta da 13 studentesse e studenti di diversi atenei, ha avuto l’opportunità di seguire un corso dedicato alla critica cinematografica tenuto da Longtake, assistere in sala alla proiezione di tutti e dieci i film del Concorso Lungometraggi assegnare il Premio della Giuria Universitaria.
Il percorso ha fornito loro gli strumenti per approfondire il linguaggio del cinema dei tre continenti e sviluppare uno sguardo più consapevole e critico, che ciascuno ha messo in pratica scrivendo una recensione su uno dei film visionati, offrendo una riflessione personale sulle opere che hanno segnato questa edizione del festival.
La recensione del film vincitore del FESCAAAL 2025: “Santosh”
L’ultima recensione che vi proponiamo è l’analisi del film vincitore dell’ultima edizione del Festival: Santosh, della regista indiana Sandhya Suri, che lo scorso marzo aveva fatto notizia per essere stato censurato dalle autorità indiane.
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Giorgia Annechiarico (Università Cattolica del Sacro Cuore)
Quest’anno si è svolta la trentaquattresima edizione del FESCAAAL, ovvero il festival del cinema d’Africa, d’Asia e d’America Latina, dal 21 al 30 marzo 2025 in Milano.
Io vi ho partecipato non solo in veste di spettatrice appassionata di cinema, bensì anche come giurata universitaria. Eravamo tredici ragazzi appartenenti ad università e corsi di laurea differenti, tutti con la passione in comune per il cinema, che si sono raggruppati, hanno dovuto visionare i dieci lungometraggi in concorso e, alla fine, hanno decretato il vincitore. Il premio della giuria universitaria per la sezione lungometraggi Finestre sul mondo è andato al film Yunan di Ameer Fakher Eldin.
Nella mia recensione, vorrei però parlare e descrivere un altro film che è Santosh, un film che mi ha fatto riflettere, mi ha coinvolto dal primo all’ultimo minuto, mi ha inglobato nel mondo della protagonista, mi ha fatto arrabbiare, ma alla fine mi ha fatto anche gioire. Ed è proprio per questo motivo che gli voglio dedicare la mia recensione.
Santosh viene presentato al FESCAAAL 2025, dove ha vinto il premio per il miglior lungometraggio nella sezione Finestre sul Mondo, il film della regista Sandhya Suri è un racconto silenzioso e potente su cosa voglia dire essere donna, povera e sola, dentro un sistema che non ti vede, o peggio, ti vede solo come funzione. La storia è semplice ma intensa: Santosh è una vedova che, dopo la morte del marito poliziotto ucciso brutalmente nel mezzo di una manifestazione, ottiene un posto nella polizia indiana grazie a un programma che premia i familiari dei caduti. Un gesto che sembra premiare il sacrificio, ma che nei fatti suona più come una toppa mal cucita su un sistema che non ha mai pensato alle donne come agenti di giustizia. Nessuno si aspetta davvero che Santosh faccia qualcosa. Lei dovrebbe solo firmare qualche documento e restare nell’ombra. E invece, un giorno, arriva un caso di probabile omicidio. Una ragazza adolescente trovata morta in un pozzo. Una ragazza povera, di casta bassa. Una vita invisibile, finita come mille altre. Da lì si apre il cuore del film: l’indagine, che diventa soprattutto un’indagine interiore. Santosh entra in un mondo maschile, gerarchico, dove ogni parola è pesata, ogni sguardo è un test, ogni gesto è una prova da superare. Lei parla poco, quasi non sorride, cammina a testa bassa, ma osserva e piano piano comincia a capire.
La regia è tutta costruita su questa lentezza. Nessuna musica invadente, pochissimi dialoghi. L’atmosfera è fatta di silenzi, sguardi e piccoli spostamenti. Sembra non succedere nulla, ma in realtà succede tutto. Santosh cambia e cambia il modo in cui si siede, il modo in cui impugna la pistola, il modo in cui guarda il suo superiore. Non è una rivoluzione urlata: è una resistenza silenziosa.
Molto interessante il personaggio dell’ispettore con cui lavora: all’inizio sembra l’unico alleato possibile, l’uomo giusto, quello che la prende sul serio. Ma anche lui è parte del sistema. Più subdolo, forse. Il film è molto bravo a mostrarci come anche le buone intenzioni possano essere strumenti di controllo, e come il potere sappia mimetizzarsi dietro l’empatia.
Un’altra figura femminile, molto importante all’interno del film, è l’agente donna superiore, che arriva nella caserme di Santosh per aiutarli con questo caso. È una donna anziana, che
lavora da tempo nella stazione di polizia e conosce molto bene sia I colleghi maschi che le dinamiche del sistema. È una figura forte e disillusa. Lei sa già come vanno le cose: chi decide, quando parlare, cosa dire o cosa evitare di dire. Questa donna, però, al contrario di quello che farà Santosh ha scelto di adattarsi al mondo maschile e quelle regole, mantenendo un basso profilo. Questo crea una differenza importante, tra Santosh che cerca di mandare avanti il suo progetto di emancipazione e l’altra poliziotta, che vive la sua vita e il suo lavoro passivamente. Questo è un caso in cui due donne non sono solidali tra loro.
Anche la morte del ragazzo che viene accusato ingiustamente di aver ucciso la giovane ritrovata nel pozzo è uno dei momenti più significativi del film. Questa morte simboleggia una denuncia diretta al sistema giudiziario e sociale in cui ci troviamo, che segna poi una svolta morale per Santosh stessa. Di fatti, il ragazzo è povero, appartiene ad una cassa bassa, non può difendersi. La sua figura è il capo espriatorio per chiudere il caso velocemente e non accusare un uomo più grande e di maggior importanza, che poi si rivelerarà il vero colpevole. La vita del ragazzo viene fatta passare, qui e ora, come sacrificabile. Nel momento esatto della sua carcerazione, viene esaltata e messa in rilievo la violenza, cruda e sanguinaria, ripetuta e senza freni o pietà. Da qui in poi, le cose per Santosh cambierano, inizieranno I suoi dubbi e arriverà lo scioglimento finale e la realizzazone di quello che rappresenta e del simbolo delle autorità. Questa morte è il suo risveglio.
Per citare elementi più specifici, la cosa che colpisce davvero è il modo in cui Santosh parla delle strutture: la casta, il genere, la classe sociale. Non ci solo dialoghi veri e propri o lunghe descrizion, solo immagini e lunghe osservazioni. La ragazza morta è povera, e quindi nessuno se ne cura. Santosh è una donna, e quindi tutti le parlano con condiscendenza. Il villaggio stesso sembra immobile, rassegnato a un’ingiustizia che è la normalità e ad una giustizia che non arriverà mai. Proprio in questo contesto, il cammino della protagonista assume valore: non perché risolve il caso (non è un poliziesco classico), ma perché cambia lei: diventa una persona che sceglie, e nel suo contesto, scegliere è già un atto politico.
La fotografia è coerente: grigia, polverosa, senza fronzoli. Le strade sono strette, gli interni spogli. Nessun colore acceso. Nessuna estetica patinata. Lo stesso vale per la recitazione di Shahana Goswami: misurata, intensa senza mai essere teatrale. Il suo corpo parla, le sue esitazioni sono più eloquenti di mille battute.
Certo, Santosh non è un film per tutti. È lento, richiede pazienza, richiede di ascoltare più che guardare. Non dà risposte, non c’è una vera “chiusura”, anzi c’è solo una sua ripartenza verso l’altro e verso il nuovo.
In fondo, il cuore del film è tutto lì: dare voce a chi non ne ha mai avuta, a chi si muove ai margini, a chi lavora, subisce, osserva e resiste.

Le attività della Giuria Universitaria si sono svolte nella cornice del FESCAAAL Diffuso, nell’ambito del progetto Fuori per Festival – Diversità e inclusione in prima fila nella città del cinema di prossimità co-finanziato da Fondazione Cariplo.
GALLERY: La premiazione di Santosh al FESCAAAL 2025



La Giuria Lungometraggi ha premiato il film con queste parole:
Il film vincitore di quest’anno ci ha rapiti per la sua sottile intensità: il suo controllo emotivo e il rifiuto di offrire risposte facili. Si sviluppa attraverso gli occhi di un personaggio femminile che si muove all’interno di un sistema costruito per emarginarla, dove il potere opera attraverso omertà, connivenze e uso della violenza. La forza del film risiede in uno sguardo fermo. Non distoglie gli occhi dalle realtà quotidiane che rivelano la misoginia delle istituzioni, le discriminazioni di casta e il bigottismo anti-musulmano. Al contrario, rivolge uno sguardo pieno di compassione verso coloro che troppo spesso sono trascurati ed esclusi, sia nella vita che nel cinema. Si tratta di un film tanto personale quanto politico, parla di un individuo e di un sistema. E per il suo coraggio, la sua chiarezza e la sua bellezza.